Il dibattito sulla santità nella Chiesa contemporanea ha ormai assunto i tratti di una farsa ideologica a cui non è più possibile assistere in silenzio. Già le canonizzazioni dei Papi post-conciliari pongono non pochi problemi di ordine teologico e dottrinale. Come giustamente rilevato da decenni dalle voci più limpide della Tradizione — in primis la FSSPX — si è assistito a una preoccupante mutazione del concetto stesso di santità: non più il riconoscimento dell’eroicità delle virtù e della difesa dell’integrità della Fede, ma una sorta di “auto-beatificazione” di un’epoca ecclesiale. Canonizzando i Papi del Concilio, si è tentato di rendere infallibile e intoccabile un esperimento pastorale che ha prodotto solo seminari vuoti, apostasia silenziosa e caos liturgico.

Ma se già le perplessità su un Paolo VI o su un Giovanni Paolo II sono fondate su una rottura evidente con il Magistero precedente, l’indiscrezione di questi giorni che vorrebbe avviare la causa di beatificazione per Papa Francesco (oggi, 21 aprile, primo anniversario della sua morte) supera il limite della decenza. Qui non siamo più nel campo delle “difficoltà interpretative”: siamo davanti allo sfregio finale.

Un conto è la doverosa carità verso la persona, un altro è l’ipocrisia di voler proporre come modello di santità chi ha fatto dell’ambiguità il suo vessillo e della critica ai fedeli il suo stile di governo. È tempo di squarciare il velo di questo populismo religioso e tornare a chiederci cosa significhi davvero essere “Santo” e cosa significhi davvero essere “Papa”.

Viviamo nell’epoca dell’ignoranza trionfante, dove il cattolicesimo è stato ridotto a un vago sentimentalismo e la santità a una forma di cortesia istituzionale. La folla, ormai digiuna di Catechismo e ubriacata dai media, invoca aureole per chiunque risulti “alla mano”, “gentile” o “spontaneo”. Ma la santità canonizzabile non è un premio alla simpatia, né il riconoscimento di una presunta “umanità”. La santità di un Papa è il riflesso della sua fedeltà assoluta al mandato di Cristo, non la capacità di raccogliere i like delle élite laiciste.

Oggi si commette l’errore fatale di giudicare un Pontefice non dall’esercizio del suo ufficio divino, ma da virtù umane che persino un onesto filantropo potrebbe possedere. Essere “alla mano”, rifiutare gli onori del rango o parlare con linguaggio colloquiale non sono segni di santità: sono scelte di (cattivo!) stile, venate di un populismo che distrugge la maestà del Vicario di Cristo.

La santità eroica è un’altra cosa. È la fortezza di chi difende il dogma contro il mondo, è la temperanza di chi non cede alle lusinghe dei potenti, è la giustizia di chi chiama il peccato con il suo nome. Elevare agli altari la “gentilezza” significa svuotare il Paradiso e trasformarlo in un salotto borghese dove l’unica regola è non disturbare nessuno.

Bisogna avere il coraggio di chiedersi: chi sono stati – e chi sono – i più grandi sostenitori di questo regno? La risposta è agghiacciante: atei, non credenti, divorziati risposati ostinati, attivisti LGBTQ+. E perché lo amano? Non perché abbiano scoperto in lui la via della conversione, ma perché in lui hanno trovato la conferma del proprio stato.

È qui che si compie l’inganno più tragico. Si usa l’immagine di Gesù che mangiava con pubblicani e prostitute per giustificare un’indulgenza che non redime, ma condanna.

Gesù non è diventato un pubblicano. Egli cercava i peccatori per strapparli al fango, non per dire loro che il fango era un luogo benedetto. I peccatori non rimanevano tali. Maddalena ha smesso di peccare, Matteo ha abbandonato il banco delle imposte.

Oggi, invece, il messaggio che arriva dal Soglio di Pietro sembra: “Rimanete come siete, siete già benedetti”. Ma un pastore che conferma la pecora nel suo vagare verso il lupo non è un pastore santo; è un pastore che ha abdicato al suo dovere.

Grazie, dicono i lontani, per averci tolto il peso della colpa senza chiederci il sacrificio del cambiamento! Ma questo non è amore, è un’eutanasia spirituale spacciata per misericordia.

L’ultimo – o, forse, l’ulteriore – atto di questo teatro dell’assurdo è andato in scena proprio ieri sera, a Cinque Minuti. Bruno Vespa intervista Massimiliano Strappetti, l’assistente sanitario che ha assistito il Papa negli ultimi istanti. Ne emerge un dialogo che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia ancora un briciolo di sensus fidei. Strappetti racconta di aver confessato sin da subito il suo disagio per la propria condizione di divorziato; la risposta del Pontefice? Non un richiamo alla conversione, non una parola sulla croce e sulla fedeltà ai sacramenti, ma una domanda che sa di resa incondizionata: “Ma te la danno la comunione in chiesa?”.

E alla risposta serafica di Strappetti— “Sì, il mio parroco non si fa di questi problemi” — il Vicario di Cristo non ha battuto ciglio. Ecco l’immagine plastica della Chiesa odierna: un luogo dove il peccato non esiste più perché il parroco “non si fa problemi” e il Papa lo avalla con un silenzio che è complicità dottrinale.

Siamo passati dal “Va’ e non peccare più” al “Vai pure, tanto il parroco è d’accordo”. Se questo è il modello di santità che si vuole proporre, allora stiamo dicendo al mondo che il Vangelo era un peso inutile e che duemila anni di confessori, martiri della castità e difensori dell’indissolubilità del matrimonio erano solo dei fanatici “rigidi”.

Davanti a un simile scenario, dove il Vicario di Cristo non solo tace di fronte all’errore, ma lo incoraggia con un cenno d’intesa televisivo, come si può ancora negare l’esistenza di uno stato di necessità nella Chiesa?

Il diritto canonico non è un freddo codice di procedure, ma è animato dal principio supremo della Salus animarum: la salvezza delle anime. Quando l’autorità, che dovrebbe essere il baluardo della Verità, diventa collaboratrice della confusione, il fedele si trova in una condizione di emergenza spirituale. Se il Papa avalla la prassi di un parroco che “non si fa problemi” a calpestare i comandamenti di Dio e le parole stesse di Cristo sull’adulterio, l’ordine gerarchico è, di fatto, sconvolto. Non si può obbedire a chi comanda — o suggerisce — di offendere Dio. In questo deserto dottrinale, la “disubbidienza” alle novità moderniste diventa l’unica vera obbedienza alla Chiesa di sempre.

Negare lo stato di necessità oggi significa essere complici della dissipazione del gregge. Se un uomo può ricevere l’Eucaristia in stato di peccato pubblico con la benedizione distratta del Sommo Pontefice, significa che chi occupa posti di governo nella struttura visibile ha smesso di pascere e ha iniziato (o, meglio, continuato) a disperdere. È questa la “santità” che vogliamo elevare agli altari? La santità di chi ha reso la Legge di Dio opzionale?

Un Papa santo deve “confermare i fratelli”, nell’unica vera ed integrale fede cattolica. Francesco, al contrario, ha scelto di confermare il mondo contro i fratelli che cercano di restare fedeli. Ha trattato spesso con il guanto di velluto i nemici della fede e talvolta con la clava i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione, etichettandoli come “rigidi” o “malati”.

Un Papa che agisce come un «dittatore ideologico», che demolisce la liturgia millenaria della Chiesa e che introduce l’ambiguità nel cuore del sacramento del matrimonio, non sta esercitando virtù eroiche. Sta esercitando un potere mondano per fini mondani, in pieno contrasto con le parole del Signore Gesù: «Guai quando tutti diranno bene di voi» (Lc. VI, 26).

Non possiamo permettere che la santità venga ridotta a un’estensione del politicamente corretto. Se il criterio per essere santi diventa l’essere accettati da chi odia la Chiesa, allora i martiri del passato hanno sprecato il loro sangue.

La Chiesa non ha bisogno di un “Papa della gente”, ha bisogno di un Papa di Dio. La santità che chiediamo per il successore di Pietro è quella di chi sa farsi odiare dal mondo per amore della Verità, non di chi si fa amare dal mondo al prezzo della Verità. Prima di parlare di beatificazione, bisognerebbe parlare di riparazione per lo smarrimento in cui sono state gettate milioni di anime.

La santità non è un’onorificenza democratica né un ufficio stampa può fabbricare un’aureola su misura per le esigenze del secolo. La Verità non si vota a maggioranza e Dio non si lascia irridere: Deus non irridetur. Si può anche forzare la mano della storia e dei processi canonici, ma resta un fatto immutabile: un Papa che non conferma i fratelli nella Fede bimillenaria, ma li abbandona al dubbio e all’errore, potrà forse avere l’applauso delle piazze e i necrologi dei potenti, ma non potrà mai essere il modello per chi cerca la salvezza dell’anima.

La santità è una vetta impervia, non uno scivolo verso il basso. E il cielo, a differenza delle cronache vaticane, non conosce il “politicamente corretto”. Prima di invocare aureole, tremiamo all’idea del Giudizio: perché a chi molto è stato dato — e a chi siede sul Soglio più alto — molto, infinitamente molto, sarà richiesto. E chi ha ricercato solo il “Ti conosco” della gente, finisce sempre per sentirsi rivolgere il “Non ti conosco” di N. S. Gesù Cristo! Ovviamente sempre sperando per tutti in una resipiscenza finale, che però non muta il dato pubblico di cui parliamo.

Non ci serve un Papa da copertina, ci serve un Papa che ci porti a Dio.

Tutto il resto è fumo, ed è fumo di Satana!

Exaltare, qui judicas terram; redde retributionem superbis.

Usquequo peccatores, Domine, usquequo peccatores gloriabuntur;

effabuntur et loquentur iniquitatem;

loquentur omnes qui operantur injustitiam?

Populum tuum, Domine, humiliaverunt, et hæreditatem tuam vexaverunt!