Siamo alle solite: i cattolici tradizionalisti attaccano papa Francesco per i suoi pronunciamenti eterodossi, eludendo in modo chirurgico però la sua illegittimità sul soglio petrino: ciò annulla automaticamente tutti gli atti e le nomine dell’usurpatore. E riporterebbe le lancette della Storia al 2013.

Dopo la diretta di lunedì 23 marzo “Papa Leone su Amoris Laetitia: silenzio sui Dubia” tenuta dal prof. Giovanni Zenone, editore di Fede & Cultura, e il dott. Luigi Casalini, responsabile del blog Messainlatino.it, sono doverose delle precisazioni di natura storico-giuridica sugli argomenti trattati.

Nel commentare le recenti dichiarazioni di Papa Leone XIV circa la controversa esortazione apostolica Amoris Laetitia promulgata nel 2016 da papa Francesco, i due analisti, commentatori facenti capo all’ala conservatrice del cattolicesimo tricolore, hanno nuovamente eluso la questione della sede impedita di Benedetto XVI, la conseguente usurpazione del soglio pontificio da parte di Bergoglio dopo un Conclave irregolare e l’ancora da dimostrare elezione canonica di Leone XIV.

Nel corso della live, Zenone e Casalini hanno giustamente sottolineato la natura ambigua ed eterodossa del succitato documento bergogliano, ma, ancora una volta, si sono soffermati esclusivamente sugli effetti dimenticando completamente la causa: avendo infatti Benedetto XVI rinunciato “a suo danno” al solo ministerium (dunque all’esercizio pratico del potere) e non al munus (cioè all’investitura pontificia, al titolo di papa), il Conclave del 2013 che eletto Bergoglio era nullo ed invalido, in quanto convocato quando il pontefice bavarese non era nè morto nè tantomeno aveva abdicato, ma piuttosto era in sede impedita, condizione nella quale il pontefice perde forzatamente la facoltà di governare, ma rimane a tutti gli effetti il vero, unico legittimo successore di San Pietro.

Bergoglio, eletto da un Conclave irregolarmente convocato, non aveva dunque il munus, che conferisce al Romano Pontefice un’assistenza specialissima nel Magistero ordinario e l’infallibilità nel Magistero straordinario: per questa ragione, egli aveva tutto il diritto di pronunciarsi in maniera eterodossa sui vari temi che ha toccato nei dodici anni in cui è stato per dodici anni abusivamente a capo della Chiesa cattolica.

Il giornalista e saggista romano Andrea Cionci, massimo esperto delle dimissioni di Benedetto XVI e scopritore, nell’agosto 2021, della sede impedita del papa teutonico, ha chiesto in chat ragione ai due analisti il perchè continuassero ad evidenziare i pronunciamenti ereticali di Bergoglio senza però mai affrontare il tema alla radice, cioè l’antipapato, perdipiù gnostico e apertamente filo-massonico, del prelato argentino.

Decisamente infelice, a questo proposito, la risposta del dottor Luigi Casalini, il quale, rispolverando il suo collaudato cliché del “noi non ci occupiamo di questo [la sede impedita di Benedetto XVI, NdR]”, ha fatto apertamente comprendere urbi et orbi di voler schivare del tutto la questione.  Rapporto causa-effetto, questo sconosciuto.

Riconoscere Bergoglio come antipapa, infatti, spiega pienamente tutte le eresie pronunciate dall’ex arcivescovo di Buenos Aires nel corso del suo antipapato e come mai egli abbia tentato di rovesciare il Magistero della Chiesa.

Il professor Zenone, dal canto proprio, ha ritenuto la sede impedita di Benedetto XVI e il conseguente antipapato di Bergoglio come una mera ipotesi sulla quale la Chiesa non si è pronunciata. Tuttavia, qualora i fedeli aspettassero sempre il pronunciamento della Chiesa sulla legittimità di pontefici di dubbia regolarità, non seguirebbero l’esempio di Santa Caterina da Siena, che difese il legittimo pontefice Urbano VI contro l’antipapa Clemente VII durante lo Scisma d’Occidente certo senza aspettare l’autodenuncia dell’antipapa.

Tuttavia, anche se Benedetto XVI non avesse promulgato un decreto ben preciso sul proprio impedimento, basterebbe solo la sua mancata rinuncia al munus petrino. Tra le condizioni indispensabili affinché l’elezione di un papa sia valida, infatti, la costituzione Universi Dominici Gregis impone che il papa precedente, se non defunto, sia abdicatario a norma del can. 332.2, con esplicita rinuncia al munus petrino. Se questo non dovesse avvenire, l’elezione del successore è nulla e invalida, “senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito”.

La posizione del professor Zenone è inoltre problematica per un motivo ulteriore: essendo infatti il papa monarca assoluto della Chiesa cattolica, è contrario ai principi logici (che Zenone ben conosce, essendo laureato in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense) attendere che egli si autodenunci come pontefice illegittimo. Perdipiù, sarebbe un clamoroso cortocircuito logico-giuridico attendere un pronunciamento sull’illegittimità di un pontefice da parte di un’autorità illegittima.

D’altra parte, Benedetto XVI, pur in restrizione mentale larga, ha ampiamente informato i fedeli circa il fatto che, nonostante avesse rinunciato a governare la barca di Pietro, rimaneva l’unico e legittimo pontefice romano.

Tuttavia, ciò che giuridicamente è rilevante per risolvere la questione è la Declaratio pronunciata da Benedetto XVI nella mattinata dell’11 febbraio 2013: come per primo ha rilevato il canonista don Stefano Violi già nello stesso mese, la rinuncia di Benedetto XVI non era in alcun modo da considerarsi come abdicazione, in quanto manca la rinuncia al munus come richiesto dal canone 332.2, ove si legge: “Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet”, cioè “nel caso in cui il Romano pontefice rinunci al suo ufficio”. Benedetto XVI, invece, rinuncia al ministerium, al potere pratico di fare il papa.

Essendo la Declaratio un atto pubblico, la sede impedita di Benedetto XVI è una realtà fattuale oggettiva e indiscutibile.

Anche la falsificazione del “commissum” effettivamente pronunciato dal pontefice teutonico e resa invece con “commisso” nel testo offerto dalla Segreteria di Stato è altrettanto concreta.

Come abbiamo inoltre dimostrato nel nostro articolo precedente, al quale rimandiamo per un quadro più ampio, anche Alfonso XIII di Spagna rinunciò, come Benedetto XVI, ad esercitare il suo potere pratico nel 1931. Lo stesso monarca abdicò nel 1941, cedendo i diritti dinastici al principe don Juan, come prescritto dalla linea di successione iberica. Ratzinger, invece, non rinunciò mai, neanche successivamente, ai suoi diritti dell’essere papa.

La questione sta tutta nel prendere atto di quanto affermato da Ratzinger nella sua Declaratio: a cascata, ne deriva che anche Leone XIV è un papa non regolare, in quanto eletto da un Conclave composto da 133 cardinali elettori (ben 13 in più rispetto a quanto prescritto all’articolo 33 della Universi Dominici Gregis), di cui 108 nominati illecitamente dall’antipapa Francesco. Oltre a questi gravi motivi, i meccanismi di sicurezza vaticani hanno rilevato come, dopo l’Extra omnes del 7 maggio scorso, un cardinale elettore recasse nella propria tasca un cellulare acceso, contravvenendo così all’articolo 51 della stessa Universi Dominici Gregis.

Formalmente dunque, Leone XIV occupa illecitamente il soglio pontificio per almeno tre motivi.

Eludere questa gravissima questione, che mette a rischio la stessa sopravvivenza della Chiesa cattolica romana, è un atteggiamento intollerabile, specie se compiuto da coloro che pretendono di presentarsi come i custodi dell’autentica fede cattolica e che ipso facto dovrebbero essere i primi a difendere i diritti della Sede Apostolica, ancora in possesso dell’ultimo romano pontefice di certa legittimità, cioè Benedetto XVI.

Non intervenire per difendere i diritti del pontefice bavarese adducendo come giustificazione il fatto che la crisi della Chiesa ha le sue radici nel Concilio Vaticano II è del tutto fuori luogo, a maggior ragione se a sostenere questa irragionevole ragione è un altro eminente esponente della galassia tradizionalista come il professor Corrado Gnerre.

Di fronte ad una chiara ed evidente usurpazione si interviene per difendere i diritti dinastici del monarca illecitamente spodestato, proprio come eroicamente fece il barone Roman von Ungern – Stenberg, comandante dell’Armata bianca e strenuo difensore dei diritti del granduca Cirillo (cugino dello zar Nicola II, frattanto barbaramente giustiziato insieme alla sua famiglia dai comunisti durante la Rivoluzione d’Ottobre).

E rimane sempre più oscura la ragione per la quale il firmamento conservatore del cattolicesimo italiano rifiuti aprioristicamente di prendere in considerazione le tesi di Cionci, che il 12 aprile 2025, con Bergoglio ancora vivente e regnante, è stato interrogato per quasi quattro ore dalla magistratura vaticana circa il materiale da lui depositato a proposito della sede impedita di Benedetto XVI. A seguito della convocazione, è stata aperta anche un’indagine preliminare, di cui i tradizionalisti non hanno, ad oggi, mai fatto menzione.

Davide De Vincentiis