In questi giorni le notizie sulla salute del Papa rimbalzano ovunque, come se informare il pubblico fosse un dovere imprescindibile della stampa, benché la situazione clinica non giustifichi una copertura tanto martellante. Tra un servizio sul delitto di Garlasco e uno sulla ricina, rispunta di continuo l’immagine del Pontefice davanti all’ingresso del Gemelli, circondato da zelanti uomini con l’auricolare e da medici in camice bianco. È il classico meccanismo della propaganda: se i media trattano senza sosta un argomento, la gente ne deduce che sia di capitale rilevanza, anche quando non ha nulla di straordinario.

Eppure, ad altri avvenimenti che coinvolgono la Chiesa e il Vaticano non viene riservata la medesima attenzione, quando non finiscono direttamente nell’oblio. Un’asimmetria singolare, considerando come la cronaca nera - specie se venata di scandali a sfondo sessuale- riscuota di norma un vastissimo seguito di pubblico.
Quando anche se ne parla, la narrazione viene condotta in punta di piedi e con timorosa prudenza. Una delicatezza che svanisce del tutto in altre circostanze, ben più esposte alla spietatezza dei tritacarne mediatici dove il sospettato diventa mostro in un battito di ciglia, ancor prima che inizi il processo.

Tutto questo è emblematico: la Chiesa diventa un argomento ghiotto per i media quando si tratta di notizie da rivista patinata, ma l’attenzione crolla non appena affiorano fatti complessi come gli abusi e le violenze sui minori. Attraverso i media generalisti, per tutta l’estate, siamo stati informati con puntigliosa meticolosità persino sugli spostamenti del Papa verso Castel Gandolfo nei fine settimana, mentre di casi giudiziari o comunque gravissimi come i fatti di Enna o le vicende legate a Rupnik - che avrebbero tutti gli ingredienti per catalizzare l’interesse generale - si è saputo pochissimo.

Non è una questione di rispetto per la sfera spirituale o, in genere, per tutto ciò che concerne il sacro. In tempi non lontani, Gisella - la sedicente “moltiplicatrice” di pizze e gnocchi - è stata messa alla gogna in televisione, tra sacerdoti dai toni inquisitoriali e avvocati che si sbranavano nei talk show. Anche il “santone di Almese”, guru di una comunità in provincia di Torino e sedicente sciamano, ha ricevuto un’ampia copertura mediatica, nonostante gli vengano contestati comportamenti del tutto analoghi agli abusi emersi in ambito cattolico.
A riprova del fatto che la religiosità, di per sé, non viene ritenuta un ambito intimo o inviolabile a prescindere, sempre che, tuttavia, non si tocchi l’istituzione ecclesiale: in quel caso la fede e la struttura si trasformano d’un tratto in un terreno minato, se non in un vero e proprio tabù.

Ma questo blocco non è soltanto il frutto di pressioni editoriali o di convenienze politiche: risponde piuttosto ad una dinamica più sottile, che agisce nella psicologia individuale.
Ricordo che, quando frequentavo gli ambienti parrocchiali, notavo una costante nella pastorale: l’insistenza nel presentare la Chiesa come una madre premurosa e Dio come un abbà, un papà tenero e affettuoso.
Si tratta di una gabbia emotiva spietata.
Di fronte ad una bontà così assoluta, anche la più legittima delle obiezioni assume le sembianze di un tradimento, innescando un senso di colpa immediato e atavico.

In quest’ottica, accettare l’idea che la struttura ecclesiale possa essere stata responsabile o complice di violenze così intime diventa intollerabile per la psiche del credente. Risulta allora molto più facile e persino liberatorio narrare il singolo prete come un corpo estraneo, una mela marcia che non scalfisce la rassicurante bontà della “Madre Chiesa”, un elemento deviante di cui è bene parlare il meno possibile, per fugare l’imbarazzo che suscita non solo in chi ne narra le vicende, ma persino in chi le ascolta. Dopotutto, in ogni comunità parrocchiale, intesa come una “famiglia di famiglie”, il comportamento scorretto di un singolo porta sofferenza, imbarazzo e dispiacere a tutti.

O, almeno, questo è ciò che suppone chi avrebbe i mezzi mediatici per contrastare gli abusi ma ritiene poco conveniente farlo per il timore di alienarsi il pubblico.

Ma le cose stanno davvero così?

Questo condizionamento appartiene ancora al vissuto collettivo italiano o non è altro che il retaggio di un’epoca tramontata, diventato quindi uno stereotipo che si fa fatica ad abbandonare?
La sensazione è che una simile narrazione descriva una realtà ormai superata, mentre la società di oggi - i giovani in particolare - si è del tutto affrancata dai meccanismi colpevolizzanti che la religione riusciva a instillare e a governare nelle passate generazioni.

Se è così, allora rimane solo l’enorme potere della Chiesa Cattolica in termini economici e politici, essendo la sua presenza innervata da secoli nella società attraverso attività molteplici: dall’ospedale d’eccellenza all’oratorio nel paesino sperduto, passando per l’infinita galassia delle onlus.

Quindi se un tempo il riserbo poteva essere interpretato come un segno di rispetto della fede dei credenti, feriti nella loro sensibilità dalle malefatte dei sacerdoti, oggi questo si riduce alla difesa di un’istituzione fondata su un potere che non riguarda più tanto la coscienza delle persone, quanto piuttosto elementi profani, a scapito però delle vittime e della giustizia.

*Gianfranco Chiari, imprenditore agricolo ed ex operatore nella pastorale dei separati, divorziati e risposati delle diocesi lombarde