Ci sono parole che fanno la storia, o quanto meno la frattura. Magna Quaestio — "Grande Questione" in latino — è una di quelle. In meno di quattro anni, questa formula classica, tratta dalle Confessioni di sant'Agostino, è stata riciclata, strumentalizzata e trasformata in un vero e proprio vessillo da una corrente minoritaria ma determinata della Chiesa cattolica. Quella che contesta, con crescente veemenza, la legittimità di papa Francesco, poi del suo successore Leone.

Alle origini di una controversia

Tutto comincia l'11 febbraio 2013. Quel giorno, Benedetto XVI stupisce il mondo annunciando la sua rinuncia al pontificato, un fatto senza precedenti da sei secoli. Un gesto storico, salutato da molti come un atto di lucidità e umiltà. Ma per una frangia della Chiesa, quella rinuncia non è mai stata ciò che sembrava.

Il loro argomento, tanto audace quanto controverso: la rinuncia di Benedetto XVI sarebbe invalida. Rinunciando all'esercizio del ministero petrino — e non al munus stesso, come prevede il diritto canonico — il papa tedesco avrebbe, intenzionalmente o meno, lasciato aperta la porta a un'interpretazione radicale: sarebbe rimasto il vero papa fino alla sua morte nel dicembre 2022. E Francesco, eletto all'indomani del conclave del marzo 2013, non sarebbe che un "antipapa".

Per diversi anni, questa tesi circola in cerchie ristrette, alimentata da blog tradizionalisti, canonisti dissidenti e qualche teologo nell'ombra. Non ha allora né nome, né volto, né vera tribuna.

L'uomo che ha messo le parole su una crisi

È un giornalista italiano a cambiare le carte in tavola. Andrea Cionci, noto esperto di questioni ecclesiali e collaboratore di testate come Libero o Roma.it, comincia a impiegare sistematicamente, a partire dal 2021, un'espressione destinata a cambiare tutto: Magna Quaestio.

La formula non è una sua invenzione — appartiene al patrimonio della latinità cristiana. Sant'Agostino stesso la utilizzava nelle sue Confessioni per descrivere l'enigma della propria identità: "Factus eram ipse mihi magna quaestio" — "Ero diventato per me stesso una grande questione." Ma Cionci le darà nuova vita, e soprattutto un nuovo bersaglio.

Nei suoi articoli, struttura progressivamente la sua argomentazione attorno a questa formula, conferendole una dimensione al tempo stesso giuridica e teologica. Ne fa un marchio di fabbrica. La questione non è più solamente posta nelle sacrestie o su forum riservati: è ormai etichettata, identificabile, quasi istituzionalizzata.

La svolta decisiva arriva nel maggio 2022, con la pubblicazione di Codice Ratzinger, un'opera presentata come un'inchiesta volta, secondo lo stesso autore, a "chiarire finalmente la Magna Quaestio dei cosiddetti 'due papi'". Il libro fa l'effetto di una bomba in certi ambienti cattolici, e proietta definitivamente l'espressione sulla scena mediatica italiana.

Una formula che prende fuoco

La stampa italiana si impossessa rapidamente del termine. Siti come La Giustizia.net presentano Cionci come "il divulgatore della Magna Quaestio". Il Giornale d'Italia titola sulla "Magna Quaestio sollevata da Andrea Cionci". Le sue conferenze online o sul territorio riprendono l'espressione come titolo degli eventi. In pochi mesi, Magna Quaestio è diventata l'etichetta ufficiale del movimento: quella che, in due parole, riassume una contestazione che persino i suoi sostenitori faticavano a formulare chiaramente.

Il potere simbolico del latino

Come spiegare un tale successo? Le ragioni riguardano tanto la forma quanto il contenuto. Anzitutto, la scelta del latino non è casuale. Ancorando la loro contestazione nella lingua ufficiale della Chiesa, Cionci e i suoi sostenitori si appropriano di una legittimità storica e teologica di cui avevano bisogno. La formula suona come se la questione fosse sempre esistita, come se fosse iscritta nel DNA stesso dell'istituzione.

Inoltre, in un dibattito di formidabile complessità tecnica — che mescola diritto canonico, ermeneutica pontificia ed esegesi dei testi di Benedetto XVI —, Magna Quaestio offre ciò che ogni movimento politico o religioso ricerca: una formula d'effetto, memorabile, capace di riassumere in due parole una controversia che ne richiederebbe migliaia.

Infine, e forse è questo l'essenziale, questa espressione ha svolto un ruolo federatore. Ha permesso di dare coerenza a un movimento fino ad allora frammentato, disperso tra gruppi dalle sensibilità molto diverse. Nominando la crisi, l'ha in qualche modo legittimata, ufficializzata.

Domande che restano aperte

Ciononostante, la Magna Quaestio rimane un'espressione divisiva. I sostenitori di papa Leone — e sono largamente maggioritari — spazzano via queste tesi con un gesto della mano, definendole "sedevacantismo travestito" o costruzioni cospirazioniste. Dal canto suo, il Vaticano mantiene il silenzio come regola: nessuna risposta ufficiale è mai stata fornita a questi argomenti, il che i suoi promotori interpretano volentieri come un'ammissione di debolezza.

Resta il fatto che questa controversia solleva interrogativi che vanno oltre le cerchie militanti. Fino a dove può spingersi la contestazione della legittimità pontificia senza minacciare l'unità della Chiesa universale? Come può un'istituzione bimillenaria, fondata sul principio di autorità, assorbire tali messe in discussione? E ancora, domanda più fondamentale: la Magna Quaestio resterà un epifenomeno marginale, o annuncia una crisi di governance più profonda?

Una cosa, in ogni caso, è certa: trasformando una formula agostiniana in slogan di battaglia, i suoi promotori hanno compiuto un tour de force retorico. Hanno fatto entrare la contestazione pontificia nel dibattito pubblico. La "Grande Questione" è posta. E non ha, evidentemente, finito di cercare la sua risposta.


Nikodemos