Leggendo una parte della stampa algerina, la visita del papa Leone XIV ha ampiamente superato il quadro diplomatico o interreligioso. Questa visita è stata costruita, amplificata, scenarizzata come un evento di portata quasi salvatrice. Il vocabolario impiegato, i racconti messi in scena, le enfasi ripetute hanno finito per produrre un effetto preciso: quello di un'attesa che ha superato il politico e ha sfiorato il religioso invertito.
In ogni caso, questa visita del papa Leone XIV, i cui meccanismi d'azione sono prima di tutto spirituali e diplomatici, è stata investita di una carica simbolica sproporzionata, come se dovesse, da sola, produrre una ripresa diplomatica o economica, o addirittura una rigenerazione morale o spirituale dell'Algeria. Moltiplicando i riferimenti a un'Algeria «terra di tolleranza», «crocevia spirituale», «erede di Agostino d'Ippona», i media non si sono limitati a contestualizzare la visita: hanno costruito un racconto compensatorio. Un racconto che mira meno a descrivere una realtà che a produrre un'immagine valorizzante, a restaurare simbolicamente ciò che il reale non riesce più a incarnare.
Questo trattamento non è innocuo. Non dice nulla del papa, ma molto di coloro che lo hanno commentato mediaticamente. Perché dietro questa messa in scena di un evento presentato come eccezionale si è delineato qualcos'altro: un'attesa spostata, quasi suppletiva.
È tutto accaduto come se, di fronte a istituzioni nazionali, religiose o culturali che faticano a produrre significato e a strutturare un orizzonte collettivo mobilitante, il papa fosse stato investito di una missione miracolosa: quella di compiere, con la sua sola presenza sul suolo algerino, ciò che nessun programma riesce a ottenere: il miracolo economico e i prodigi diplomatici.
Leggendo certi media, l'Algeria sembrava attendere il papa come il messia, come il suo salvatore supremo. Il papa Leone XIV, il cui nome evoca quello del re Luigi XIV, è stato accolto in Algeria come se si fosse trattato di un sovrano taumatargo, investito di poteri sovrumani, il cui più emblematico è la guarigione miracolosa delle malattie, in particolare la più stigmatizzante: le scrofole. I giornalisti si sono affrettati presso l'augusto pontefice, creatore di miracoli, affinché vi tracciasse un segno di croce, come se potesse, con questo solo gesto sacro, liberare l'Algeria dai suoi mali socioeconomici e eradicarne le piaghe politiche e diplomatiche. Anche nei paesi africani a maggioranza cristiana, i giornalisti non cedono a tale eccesso di devozione attorno alla figura papale.
Il papa in Algeria: un fervore mediatico rivelatore di un vuoto politico
Il paradosso è sconcertante. In un paese dove l'islam costituisce il riferimento religioso dominante, è la venuta del capo della Chiesa cattolica che sembra, mediaticamente almeno, aver suscitato una forma di elevazione simbolica. Come se la legittimità spirituale dovesse ormai provenire da altrove: dalla papauzia. Come se l'alterità religiosa, lungi dall'essere semplicemente riconosciuta, servisse a colmare un deficit interno che nessuna forza politica algerina riesce a risanare.
È qui che avviene lo slittamento. Perché a furia di esagerare la portata dell'evento, si è finiti per attribuirgli una funzione implicita: quella di riparare, di riabilitare, quasi di rigenerare l'Algeria. Come se una visita papale potesse, con la sua sola carica simbolica, restituire una profondità spirituale a uno spazio pubblico in rovina morale.
Questo spostamento era ricco di significati. Non rientrava nell'apertura né nel dialogo – nozioni spesso invocate in modo incanatorio – ma in un fenomeno più profondo: l'indebolimento dei quadri di produzione di significato, e la tentazione di esternalizzarli.
In questo contesto, il riferimento al «paese di Agostino d'Ippona» ha assunto una dimensione particolare. Ha permesso di reinscrivere simbolicamente l'Algeria in una storia cristiana antica, prestigiosa, quasi mitizzata. Ma ancora una volta, questa mobilitazione del passato avrà agito come un rivelatore: quando un presente manca di consistenza, cerca nella storia o nell'Altro – il papa – le risorse che non riesce più a produrre da sé.
In fondo, quello che questo trattamento mediatico avrà rivelato non è un fervore popolare spontaneo, ma un'operazione di messa in scena: far passare una visita ordinaria per un evento storico. Fino a prova contraria, il papa non ha apposto la sua firma su nessun contratto commerciale di miliardi di dollari con l'Algeria al termine della sua visita.
La visita papale avrà così agito come un rivelatore: non è l'evento ad essere eccezionale, è il trattamento mediatico che ne viene fatto che lo rende artificialmente tale. In fondo, queste pratiche mediatiche traducono una mutazione più profonda: il passaggio da un media che informa a un media che mette in scena, da un media che descrive il reale a un media che lo ricompone simbolicamente per renderlo sopportabile, valorizzabile, presentabile. E questo è forse il punto più critico: a furia di produrre illusioni simboliche, il sistema mediatico algerino finisce per sostituirsi al reale che è supposto illuminare.
L'ironia della storia è che questo fervore papale non avrà esistito che nel discorso mediatico: il popolo algerino, fortunatamente, non avrà affatto comunione con questa «papa-mania». Più perspicace, non crede né ai miracoli mediatici né ai prodigi papali.
Khider MESLOUB