Non mi ha stupito più tanto che un vescovo abbia assolto tre donne che hanno condiviso le ostie consacrate con i loro cani.

È successo in Svizzera, diocesi di Coira, dove il vescovo ha stabilito che tre fedeli che hanno dato in pasto ostie consacrate ai loro cani durante una messa parrocchiale a Zurigo non saranno scomunicate, perché mancava l’«intento sacrilego».

Il fatto risale al 4 ottobre 2025, festa di san Francesco d’Assisi, dopo la benedizione degli animali unita alla celebrazione eucaristica nella parrocchia del Buon Pastore. Durante la Comunione, tre donne hanno ricevuto l’ostia consacrata e ne hanno dato un pezzetto ai loro cani.

Per un cattolico normale, che non sia impazzito, per un cattolico il quale creda ancora che la Santa Eucaristia sia veramente, realmente e sostanzialmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, la cosa suscita orrore, perché si tratta di una profanazione estrema. Eppure, ripeto, non mi stupisco che le tre donne siano arrivate a tanto e il vescovo abbia stabilito che non c’era intento sacrilego. In una realtà in cui cani e gatti ormai hanno acquistato più valore degli umani e vengono accuditi e coccolati più dei bambini, e in una Chiesa che ha perso il senso del peccato e del sacro e si è allineata al mondo, è del tutto logico che si sia arrivati a questo punto.

Il canone 1382 §1 del Codice di diritto canonico è piuttosto chiaro. Stabilisce che chiunque getti via le specie consacrate o le prenda o le trattenga per uno scopo sacrilego incorre nella scomunica automatica riservata alla Sede Apostolica. Ma per il vescovo Joseph Maria Bonnemain non è questo il caso. La diocesi, bontà sua, ha definito l’evento «deplorevole», ma niente provvedimenti.

Ne prendiamo atto. Il Santissimo Sacramento è stato dato in pasto ai cani e nessuno è stato ritenuto canonicamente responsabile.

Secondo il parroco, don Marcel von Holzen, l’episodio è solo frutto di ignoranza. «Ci sono parrocchiani che non comprendono correttamente l’Eucaristia», ha detto il prete, e dunque, insomma, sono cose che possono succedere. Nessuna autocritica, nessun pentimento. Eppure, se si è arrivati a tanto, non sarà per caso perché parrocchia e diocesi hanno determinato le condizioni perché ci si arrivasse?

La diocesi ha fatto sapere che, a fronte del fattaccio, è stato prontamente organizzato un ritiro destinato all’équipe parrocchiale al fine di studiare insieme la lettera «Desiderio desideravi» di Francesco sulla «formazione liturgica del popolo di Dio». La Chiesa sinodale funziona così. C’è un sacrilegio? Ok, mettiamoci attorno a un tavolo e parliamone.

Il parroco si è giustificato dicendo che inizialmente era stata prevista solo la benedizione degli animali all’aperto. Poi però, a causa del brutto tempo, tutti si sono rifugiati in chiesa e lì è stata celebrata anche una messa. Durante la quale le tre fedeli si sono un tantino lasciate trasportare dall’entusiasmo.

Ripeto: perché stupirsi dal momento che la Comunione ormai è ridotta a gadget? Dal momento che tutti (perdonatemi, viene proprio da dire cani e porci) la possono afferrare, distribuire e ricevere come e quando vogliono come un semplice pezzo di pane? Perché restare interdetti visto che la fede nella Presenza Reale è ormai scomparsa?

Dai frutti li riconoscerete.