Cristo ha comandato di fare discepoli tutti i popoli e di battezzarli. Una Chiesa che sostituisce questo mandato con l’organizzazione della convivenza religiosa può continuare a recitare il Credo. Ma se cambia il fine per il quale agisce, che cosa rimane della sua missione? È ancora la stessa Chiesa?

Nel corso delle mie ricerche ancora inedite ho ricostruito una successione precisa: Abu Dhabi, l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, gli orientamenti vaticani sulle esperienze interreligiose. La mia tesi è che l’apostasia per omissione stia acquistando una forma organizzata.

Il Documento firmato da Bergoglio e dal grande imam di al-Azhar il 4 febbraio 2019 accostava la diversità delle religioni alle differenze di sesso, colore, razza e lingua, sotto una «sapiente volontà divina». Bergoglio precisò poi che Dio permette l’esistenza di religioni diverse. Ma la distinzione fra volere il bene e permettere l’errore non entrò nel Documento.

Nell’agosto 2019 nacque l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana; la prima riunione si tenne a Casa Santa Marta, con rappresentanti della Santa Sede. La precisazione teologica rimase solo verbale – pronunciata in un’udienza – e subito accantonata. Il documento ambiguo ebbe viceversa un organismo incaricato di promuoverne gli obiettivi.

Con l’espressione «Onu delle religioni» intendo il possibile esito di questo indirizzo: ciascuna religione conserva il proprio nome, mentre la collaborazione diventa lo scopo comune. In questa prospettiva, Cristo finisce per essere la convinzione particolare dei cattolici, anziché il Salvatore da annunciare a tutti.

La Nota Un cammino di speranza del 16 settembre 2026, approvata da Prevost, porta questo orientamento nella formazione e nelle comunità locali. Valorizza le «celebrazioni condivise» e presenta il dialogo interreligioso come «luogo teologico», capace di trasformare anche le strutture ecclesiali.

La Nota richiama l’evangelizzazione ed esclude sincretismo e religione mondiale uniforme. Ma quali celebrazioni devono essere respinte? Quali atti sono incompatibili con la Fede? L’invito resta indeterminato. Se le cautele non impediscono una prassi contraria alla dottrina, diventano fumo negli occhi: servono a replicare ai tradizionalisti, mentre il programma procede. L’indifferentismo si insegna anche con i gesti.

Il Codice del 1917, rimasto in vigore fino al 1983, vietava la partecipazione attiva ai riti non cattolici, ammettendo strettissime eccezioni per la presenza passiva. Il can. 2316 qualificava come sospetto di eresia chi partecipava al culto con eretici contro quel divieto. Il cambiamento cominciò con il Vaticano II; il diritto attuale conserva comunque una pena per la partecipazione vietata agli atti sacri. Il capovolgimento pastorale va dunque spiegato: il culto non ha cessato di esprimere una professione di Fede.

Il Nuovo Testamento non lascia spazio all’equivalenza religiosa. Cristo è la via al Padre; Pietro annuncia che la salvezza non è in nessun altro; Paolo proclama una sola Fede ed un solo Battesimo, vieta la partecipazione ai sacrifici idolatrici e pronuncia l’anàtema contro un Vangelo diverso. Nessun sinodo, nessun comitato può riscrivere questo mandato.

«Professo un solo battesimo per la remissione dei peccati». Professiamo una rigenerazione: remissione del peccato, grazia, figliolanza adottiva ed incorporazione a Cristo. Tutti gli uomini hanno la stessa natura ed il medesimo Creatore; la figliolanza adottiva e la fraternità soprannaturale vengono dalla grazia di Cristo, mediante il Battesimo. Confondere creazione e redenzione significa svuotare ciò che il Credo proclama.

Trento condanna chi nega la necessità del Battesimo: «sia anàtema». Una pastorale che accantona la conversione per non disturbare la fratellanza lascia intatte le parole e ne abbandona le conseguenze. Il Credo diventa una filastrocca recitata prima di fare altro.

È qui la domanda sull’altra Chiesa: quale programma viene imposto attraverso le istituzioni cattoliche? L’indefettibilità della Chiesa di Cristo non garantisce la cattolicità di ogni scelta dei suoi governanti. Nessuna autorità ecclesiastica può esigere obbedienza contro la Fede ricevuta. Se la conversione diventa un intralcio alla fratellanza, la rottura è già nel fine perseguito. Chi cambia il fine della missione non rinnova la Chiesa: ne costruisce un’altra.