Del progetto, e dei dubbi che solleva il coinvolgimento della Chiesa, ho scritto qui. Condivido ora con voi il contributo di Tommaso Scicchitano, giornalista ed ex prete, che mi ha mandato alcune riflessioni.

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Scicchitano è andato a vedere chi sono i partner ecclesiastici di “Rinascita” e spiega che cosa succede quando i laboratori di firma delle tessere per le vittime sono allestiti negli stessi luoghi - gli spazi della Chiesa - in cui gli abusi sono avvenuti. Mette anche in luce che in questo progetto, sin dal nome, non sembra esserci posto per un esito non felice, per chi insomma non ce la fa a “rinascere”, ma resta nel buio: «La vittima buona è quella che perdona», scrive Scicchitano. Indipendentemente dalle intenzioni dell’artista, l’opera «funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?».

Buona lettura, aspetto commenti.

Tommaso Scicchitano*

A Lourdes, il 24 marzo 2026, un gruppo di vescovi francesi si fa fotografare con in mano dei frammenti di mosaico. Sono pezzi di ceramica colorata, grandi più o meno come un quaderno, dai toni che vanno dal rosso cupo al grigio ardesia. I vescovi li tengono davanti al petto, leggermente inclinati verso l’obiettivo, con un’espressione che oscilla tra la solennità e una certa soddisfazione composta. Dietro di loro, il santuario. Davanti, le telecamere.

Quei frammenti fanno parte di Rinascita, un mosaico monumentale di 50 metri quadrati (12,5 per 4 metri) firmato da Suor Samuelle, religiosa e artista. Composto come un puzzle di 200 pezzi, il mosaico racconta un percorso di riparazione dopo gli abusi spirituali, psicologici e sessuali commessi all’interno della Chiesa. L’opera sarà esposta a Parigi all’inizio del 2027, poi i 200 frammenti verranno distribuiti in altrettanti luoghi di culto, d’arte e di apprendimento nel mondo. Ogni frammento sarà collegato agli altri da un QR code. Un documentario cinematografico di 90 minuti, diretto da Quentin Delcourt, accompagna il progetto. Una sinfonia per orchestra e coro, composta e diretta da Baptiste Capitanio, lo completa.

È un progetto ambizioso. Un progetto bello. E proprio per questo merita di essere guardato con attenzione.

Suor Samuelle parla in prima persona. Nel dossier che accompagna il progetto, dichiara di essere stata vittima di abusi: «Dopo essere stata vittima, subendo controllo e abusi nel silenzio, nella paura e nella vergogna; dopo essere sopravvissuta, lavorando per ricostruire e riunificare ciò che era stato frantumato e disperso, è ora tempo di rinascere». La sua voce è autentica, il suo percorso legittimo, la sua arte potente. Chi ha vissuto il trauma e lo trasforma in creazione compie un atto di coraggio che non si discute.

Il problema non è Suor Samuelle. Il problema è ciò che accade attorno alla sua opera.

Le tessere sono piccoli frammenti di materiale (marmo, pietra, vetro, ceramica) che nell’arte musiva compongono il disegno complessivo. Per il progetto Rinascita, Suor Samuelle crea tessere uniche che viaggiano attraverso il mondo. In laboratori organizzati nelle chiese, nei monasteri, nelle diocesi, le persone vittime di abusi e i loro accompagnatori sono invitati a firmare una tessera, a scrivere un messaggio. I frammenti fotografati nel dossier mostrano parole scritte a mano: «PARDONNER et se reconstruire», «Pour tous les enfants violentés», «In memoria di mio padre che perse la fede il giorno della prima confessione», «VIVRE tout simplement». C’è chi invoca pietà, chi chiede perdono, chi ringrazia Dio per essere uscito dal silenzio.

Il gesto della firma è reale. Chi scrive il proprio dolore su un frammento di ceramica, chi lo esternalizza in un oggetto che diventerà parte di un’opera collettiva, compie un atto di ri-soggettivazione: da oggetto dell’abuso a soggetto della narrazione. La letteratura psicologica sul trauma riconosce a questi gesti un valore terapeutico. La vittima riprende la parola, la inscrive nella materia, la consegna al mondo.

Ma a chi la consegna?

I laboratori di firma si svolgono in contesti ecclesiali, spesso alla presenza di vescovi o superiori religiosi. La vittima scrive il proprio messaggio, lo consegna alla Chiesa; la Chiesa lo integra in un’opera d’arte che celebra la propria capacità di accogliere il dolore. Il circuito è chiuso. La ri-soggettivazione della vittima viene riassorbita nell’istituzione che ha prodotto l’abuso, o che l’ha coperto.

Non è un dettaglio. In psicologia del trauma istituzionale, il setting in cui avviene il riconoscimento conta quanto il riconoscimento stesso. La presenza dell’istituzione responsabile nel momento della “riparazione” può funzionare come conferma del rapporto di potere, non come sua dissoluzione. La vittima è di nuovo ospite; accolta, sì, ma nei termini dettati dall’ospitante.

Il mosaico ha una progressione cromatica. Passa «dai toni più scuri a colori ritrovati», traducendo, dice il dossier, «un processo di ricostruzione che non cancella il passato ma lo integra». È un’immagine bella, e chi la guarda ci si riconosce. Ma è anche una narrazione che prescrive un esito. La rinascita non è un’opzione tra le altre: è la destinazione obbligata dell’opera, il suo titolo, il suo senso. Il mosaico non contempla la possibilità che qualcuno non rinasca. Che qualcuno resti nel buio. Che il passato non si integri ma continui a devastare.

Chi si è occupato di psicologia sociale conosce il concetto di forced narrative closure: l’imposizione di un arco narrativo positivo a esperienze che possono non avere risoluzione. Per le vittime che non si riconoscono nella metafora della rinascita, un’opera come questa può funzionare come una seconda forma di silenziamento, più sottile della prima. Il tuo dolore va bene, a patto che finisca bene. La tua storia è accolta, a patto che il suo ultimo capitolo sia luminoso.

Le tessere che esprimono rabbia, rifiuto, denuncia senza redenzione: dove sono? Le fotografie del dossier le escludono quasi completamente. La selezione visiva costruisce un canone: la vittima “buona” è quella che perdona, quella che ringrazia, quella che integra. Le altre non entrano nell’inquadratura.

Il dossier elenca i partner istituzionali del progetto: la Conferenza episcopale francese, la Commissione pontificia per la protezione dei minori in Vaticano, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, la CECAR svizzera, il Grupo VITA in Portogallo, The Loud Fence in Inghilterra, il Proyecto Repara in Spagna, l’INIRR francese. Trecentocinquanta contributori internazionali.

Qui il progetto merita di essere interrogato non per quello che dice, ma per quello che non dice.

La CECAR, la Commissione svizzera di Ascolto, Conciliazione, Arbitrato e Riparazione, è uno degli organismi più seri e indipendenti nel panorama europeo della giustizia riparativa per le vittime di abusi ecclesiastici. Fondata nel 2016 su iniziativa del Gruppo SAPEC e delle istituzioni cattoliche svizzere, è indipendente dalle autorità della Chiesa. Nel suo rapporto d’attività 2020, la CECAR ha scritto: l’accesso agli archivi è «difficile, persino praticamente impossibile»; siamo testimoni di una «opacità nella trasmissione delle informazioni» da parte delle congregazioni.

Lo studio pilota dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera, presentato nel settembre 2023, ha documentato oltre mille casi e formulato raccomandazioni esplicite: apertura degli archivi ecclesiastici ai ricercatori e alle vittime, cessazione della distruzione di documenti pertinenti, accesso agli archivi vaticani. La nunziatura apostolica a Berna ha rifiutato di aprire i propri archivi alle storiche incaricate dell’indagine. I ricercatori hanno scoperto che il 90% degli autori di abusi è identificabile nei documenti, ma solo il 70% delle vittime lo è: gli archivi della Chiesa raccontano i carnefici, non chi ha subito.

In Francia, la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, ha prodotto nel 2021 un rapporto di 2.500 pagine che ha documentato un fenomeno «massivo» e «sistemico»: almeno 216.000 vittime, tra 2.900 e 3.200 preti e religiosi coinvolti in settant’anni. La Commissione ha formulato 45 raccomandazioni. Ha avuto accesso agli archivi, ma per concessione specifica, non per diritto strutturale. Il sistema in sé resta opaco.

Questi sono i partner di Rinascita. Organismi che chiedono, da anni, ciò che il progetto non nomina nemmeno: trasparenza documentale, accesso ai fascicoli, fine della distruzione degli atti, accountability istituzionale. Il dossier di Rinascita non contiene la parola “archivi”. Non contiene la parola “indagine”. Non contiene la parola “responsabilità” nel senso di responsabilità istituzionale documentata.

Guardiamo l’architettura comunicativa del progetto: il dossier è quadrilingue, impaginato con cura, ricco di fotografie ad alto impatto emotivo. La struttura segue il modello classico del fundraising culturale: prima l’opera, poi il contesto, poi lo strumento di partecipazione (le tessere), poi i media di amplificazione (documentario, sinfonia), infine la call to action. È un funnel, cioè il processo con cui le aziende guidano il cliente all’acquisto di un prodotto, progettato per coinvolgere. Funziona.

Ma il lessico del progetto merita attenzione. “Riparazione”, “rinascita”, “percorso”, “ferite che restano presenti”, “vivere non nonostante ma con e persino attraverso le ferite”: è il vocabolario della resilienza e della spiritualità, mai quello della giustizia. Il framing sposta l’asse dal piano giuridico-istituzionale (chi ha fatto cosa, chi sapeva, chi ha coperto, dove sono i documenti) a quello terapeutico-spirituale (la vittima che rinasce, il frammento che si ricompone, il buio che diventa luce).

Non c’è contraddittorio nel dossier. Non c’è la voce di un’associazione di vittime che ponga domande critiche. Non c’è chi dica: la tessera è bella, ma il mio fascicolo dov’è? L’unica voce di vittima è quella di Suor Samuelle, che è anche l’artista, e la cui testimonianza è integralmente costruita in chiave di redenzione. È una narrazione senza dissonanze.

La frase finale del dossier è rivelatrice: «Nel 2027, milioni di cristiani passeranno ogni settimana davanti a quest’opera di riparazione individuale e collettiva nel mondo». Il target non sono le vittime. Il target sono i fedeli. L’opera funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?

Il QR code che collega i 200 frammenti è la metafora perfetta. Chi lo scansiona entra nel mondo del progetto: l’opera completa, il film, la sinfonia. Non entra in un database di casi documentati, non in un archivio, non in un rapporto di indagine. Il QR code collega frammenti estetici, non frammenti di verità.

C’è un’espressione nella teologia cristiana che viene prima della rinascita: la metanoia. Il cambiamento radicale, la conversione del cuore. La liturgia penitenziale della tradizione cattolica presuppone che al gesto esteriore corrisponda una trasformazione interiore. La confessione senza il proposito di non peccare più è forma senza sostanza. Sacramento senza grazia.

Il progetto Rinascita ha tutti gli elementi di una liturgia penitenziale: un gesto fisico (la tessera), una progressione simbolica (dal buio alla luce), una comunità partecipante (vittime, vescovi, fedeli), un’opera che resta come memoria permanente nei luoghi di culto. Ma la metanoia dov’è?

Gli archivi restano chiusi. I dossier restano nei cassetti delle curie. La nunziatura rifiuta l’accesso ai ricercatori. I documenti vengono distrutti. La CECAR stessa, che è partner del progetto, ha denunciato l’opacità della Chiesa. Il rapporto Sauvé, lo ricordiamo, ha documentato 216.000 vittime in Francia e formulato 45 raccomandazioni, molte delle quali sono ancora in attesa di attuazione.

Il vescovo firma la tessera, si fa fotografare a Lourdes con il frammento in mano, e torna nella curia dove i fascicoli restano sotto chiave.

Non è un gesto vuoto. È un gesto svuotato. La tessera firmata dalla vittima ha un valore intimo, reale, terapeutico. Ma quando l’istituzione la accoglie senza compiere gli atti che la riparazione richiede (trasparenza, accesso ai documenti, accountability), il gesto perde la sua forza trasformativa. Diventa liturgia senza conversione. Sacramento senza metanoia.

Il progetto Rinascita propone una «riparazione individuale e collettiva». Ma riparazione individuale e riparazione collettiva non sono lo stesso processo. La prima è terapeutica e riguarda il soggetto; la seconda è politica e riguarda l’istituzione. Un mosaico può contribuire alla prima. Non può contribuire alla seconda se l’istituzione non compie atti concreti di trasparenza, responsabilità e riforma strutturale. Mettere le due dimensioni sullo stesso piano, come fa il dossier, è un’operazione che avvantaggia chi ha il potere: la “riparazione collettiva” viene dichiarata in atto senza che la collettività istituzionale abbia fatto nulla di strutturale.

Suor Samuelle può essere in totale buona fede, anzi, probabilmente lo è. Il suo percorso personale di sopravvissuta che trasforma il trauma in arte è legittimo e potente. Ma il progetto che ne è nato, con i suoi partner istituzionali e la sua architettura comunicativa, funziona oggettivamente come uno strumento di gestione reputazionale per l’istituzione ecclesiastica. Non per intenzione dell’artista; per la struttura stessa del dispositivo.

A Lourdes, il 24 marzo 2026, i vescovi posano per la foto con i frammenti di Rinascita. In qualche curia, in qualche archivio segreto a cui solo il vescovo ha accesso, ci sono i fascicoli. I nomi dei preti che hanno abusato. I rapporti delle superiore che hanno coperto. Le lettere delle vittime mai inoltrate. I trasferimenti silenziosi.

Il frammento del mosaico e il fascicolo dell’archivio sono fatti della stessa materia: la verità di chi ha subito. Ma il frammento viaggia per il mondo, viene esposto in una teca di legno, illuminato, collegato a un QR code che rimanda al film e alla sinfonia. Il fascicolo resta nel cassetto.

Quando i 200 frammenti saranno esposti nei 200 luoghi di culto del mondo, milioni di fedeli ci passeranno davanti ogni settimana. Vedranno la bellezza della riparazione. Ma la riparazione vera, quella che passa per la verità documentata, resterà dove è sempre stata: chiusa a chiave, in un archivio a cui solo il vescovo ha accesso.

E la tessera, per quanto bella, non è una chiave.

*Tommaso Scicchitano, ex ministro di culto cattolico, è scrittore, giornalista e consulente di comunicazione.

(Foto Irrix Films)