Sul titolo: Humanitas


Già il titolo solleva interrogativi significativi. In latino classico humanitas non significa anzitutto “umanità” nel senso moderno e collettivistico del termine, bensì formazione dell’uomo, cultura, educazione morale, civiltà dell’animo. In autori come Cicerone il vocabolo richiama l’ideale dell’uomo virtuoso e colto, non l’esaltazione dell’umanità in quanto tale.

L’impressione, invece, è che il titolo venga assunto in una chiave fortemente antropocentrica, al centro non appare più Dio che salva l’uomo decaduto, ma l’uomo stesso elevato quasi a principio interpretativo della fede. È un capovolgimento pericoloso. Il cristianesimo non nasce dall’ammirazione dell’uomo per sé stesso, ma dalla necessità della sua redenzione. La dignità umana esiste perché l’uomo è creato da Dio e redento da Cristo, non perché l’umanità storica sia “magnifica” in sé.

Una Chiesa che smette di parlare anzitutto di Dio per parlare dell’uomo finisce inevitabilmente per mondanizzarsi.


1) Paragrafo 1 “Questa magnifica umanità”. 

“Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita”.


Questa formulazione appare gravemente ambigua sul piano teologico. Nel Vangelo di Giovanni (14,6) non è “l’umanità” a essere la Via, la Verità e la Vita è Cristo stesso, il Figlio eterno di Dio incarnato.

“Io sono la Via, la Verità e la Vita”.

Attribuire anche implicitamente tale prerogativa all’umanità significa spostare l’accento dalla divinità salvifica di Cristo a una sorta di esaltazione dell’umano. Ma la fede cattolica non insegna che l’uomo salva sé stesso o che l’umanità possieda in sé una capacità redentrice. È Dio che salva l’uomo, non l’uomo che si eleva da sé.

Ancor più problematica è l’espressione “magnifica umanità”. Dopo il peccato originale, la natura umana è ferita, inclinata al male, oscurata nell’intelligenza e indebolita nella volontà. Certamente conserva la sua dignità ontologica, ma parlare dell’umanità in termini quasi trionfalistici senza richiamare la realtà del peccato rischia di sfociare in un umanesimo sentimentale incompatibile con il realismo cristiano.

La Croce esiste proprio perché l’uomo non può salvarsi da solo.

Molti passaggi del testo sembrano riflettere quel progressivo spostamento dall’ordine teocentrico a quello antropocentrico che numerosi pontefici del passato avevano guardato con estrema preoccupazione.

Papa Pio X, nella Pascendi Dominici Gregis, denunciava il modernismo come il tentativo di adattare la fede cattolica alle categorie mutevoli della coscienza moderna, dissolvendo progressivamente il dogma nella sensibilità umana.

Analogamente Papa Pio IX, nel Sillabo, rigettava l’idea che la religione dovesse conciliarsi con i principi del relativismo moderno e dell’autonomia assoluta dell’uomo.

Anche il Concilio Vaticano II, in Lumen Gentium 1 insegna che: ”Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo”.

Cristo è la luce delle genti e che la Chiesa non ha altra missione se non riflettere la luce di Cristo sul mondo, non sostituirla con una celebrazione dell’umano.


2) Paragrafo 10. Sinodalità e dissoluzione della verità

“E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo”…

Qui emerge con chiarezza la deriva della moderna ecclesiologia sinodale; l’idea che il dialogo, il pluralismo e il confronto delle posizioni possano costituire il luogo privilegiato della verità.

Ma la Chiesa non nasce dal dialogo. Nasce dalla Rivelazione.

La verità non viene costruita sinodalmente, né prodotta dal consenso umano. La verità è stata consegnata da Cristo alla Chiesa una volta per sempre. Il compito della Chiesa non è reinventarla attraverso processi continui di ascolto reciproco, ma custodirla fedelmente e trasmetterla integralmente.

Il linguaggio della “sinodalità” viene qui elevato quasi a principio salvifico universale. È precisamente questo il pericolo ovvero sostituire il primato della Verità con il primato del processo.

Ma il pluralismo non salva nessuno. L’umanità decaduta non ritrova il proprio fine parlando indefinitamente con sé stessa. Lo ritrova convertendosi alla legge di Dio e aderendo a Cristo.

Senza una verità oggettiva e trascendente, la sinodalità rischia di diventare una nuova Babele ecclesiale, non più l’uniformità imposta, ma il caos delle opinioni relativizzate, mascherato sotto il nome di “armonia”.

L’impressione è quella di una Chiesa che teme ormai più l’affermazione netta della verità che la confusione dottrinale.

La fede cattolica, tuttavia, non nasce dal consenso ecclesiale né evolve secondo il mutare delle sensibilità storiche. Il deposito della fede è stato affidato una volta per sempre alla Chiesa e deve essere custodito fedelmente, non reinterpretato secondo paradigmi antropologici contemporanei.


Il Codice di Diritto Canonico afferma infatti:

“Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell’unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria.” (can. 750 §1).

E ancora: “Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la dottrina della fede e dei costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente.” (can. 750 §2).

Già Papa Benedetto XVI aveva denunciato con forza la “dittatura del relativismo”, cioè la tendenza moderna a sostituire la verità con il dialogo permanente, la dottrina con il processo, la fede con il consenso mutevole delle coscienze.

Anche il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, insegna che il Magistero vivo della Chiesa è l’unico autentico interprete della Parola di Dio, non processi fluidi di rinegoziazione dottrinale.

In questa prospettiva, il pluralismo elevato a principio positivo rischia di dissolvere la nozione stessa di verità rivelata. Ma per il cattolicesimo la Verità non è il risultato di un confronto tra opinioni: è Cristo stesso, affidato alla Chiesa perché venga annunciato integralmente “opportune et importune”.

3) Paragrafo 12. La sostituzione del peccato con la “fragilità”


“In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”.

Questa frase rappresenta perfettamente una delle tendenze più pericolose della pastorale contemporanea ovvero sostituire il linguaggio del peccato con quello della fragilità.

Certamente l’uomo è fragile. Ma il cristianesimo non si limita a constatare la fragilità bensì chiama il male col suo nome.

Quando la Chiesa smette di parlare di peccato, inevitabilmente smette anche di parlare di conversione, di penitenza, di combattimento spirituale e di santità. Tutto viene reinterpretato psicologicamente, terapeuticamente, emotivamente.

Ma Cristo non è venuto semplicemente a “comprendere” l’uomo, Egli è venuto a liberarlo dal peccato.

Dire che certi errori non vadano “corretti” significa colpire direttamente la missione stessa della Chiesa. A cosa servono allora la predicazione morale, la confessione, l’ascesi, la correzione fraterna, il richiamo evangelico alla conversione?

La misericordia cristiana non consiste nel confermare l’uomo nel suo stato decaduto, ma nel condurlo alla verità che salva. Una Chiesa che non corregge più finisce inevitabilmente per benedire il mondo anziché convertirlo.

La tradizione cattolica ha sempre distinto chiaramente tra misericordia e permissivismo. La misericordia salva il peccatore chiamandolo alla conversione; non ridefinisce il peccato per renderlo accettabile.

Anche il Concilio Vaticano II insegna nella Lumen Gentium 8 questo: “la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento”, implicando quindi il riconoscimento permanente del peccato e della necessità di conversione.

Anche il Codice di Diritto Canonico riconosce ai fedeli il diritto e dovere di difendere il bene della Chiesa: “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone.” (can. 212 §3).


4) Paragrafo 16. L’utopia della “dimora comune”

“Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11)”

Qui il cristianesimo sembra ridotto a un progetto umanitario universale. Il linguaggio è quello di una riconciliazione storica globale quasi immanente, come se il compimento delle promesse bibliche potesse realizzarsi progressivamente attraverso processi sociali e inclusivi.

Ma la tradizione cattolica insegna il contrario.

Il Regno di Dio non coincide con l’ordine politico o sociale della storia decaduta. La piena riconciliazione appartiene all’escatologia, non ai progetti umani.

Senza conversione a Cristo non esiste pace autentica.

Colpisce inoltre che i “poveri, malati, migranti, piccoli” vengano evocati quasi esclusivamente in chiave sociale, mentre rimangono sullo sfondo la Croce, il giudizio, la grazia, la salvezza eterna e la necessità della fede.

La pietra scartata è Cristo. Non una categoria sociologica.

Anche il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes 39 sottolinea che:” Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini.

Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo.

Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde sé stesso. Tuttavia, l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.

Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre « il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace ».

Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero, ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione”.

Quindi pur valorizzando il progresso umano, nessun progetto storico può essere identificato con il Regno di Dio e che il destino ultimo dell’uomo supera radicalmente ogni costruzione terrena.


5) Paragrafo 122. Fraternità universale, arte e ambiguità “spirituale”. 

“La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro. Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile. E nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo. La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male. Così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio”

Questo passaggio presenta una delle sintesi più problematiche dell’intero impianto. La fraternità viene descritta come intuizione universale che nasce dall’esperienza del limite e della sofferenza, quasi come realtà immanente all’uomo stesso. Ma nel cristianesimo la fraternità non è una categoria emotiva o antropologica, è una realtà teologica fondata sulla paternità di Dio e sull’adozione filiale in Cristo.

L’assenza esplicita del Padre di Gesù Cristo come fondamento della fraternità è teologicamente decisiva. Una fraternità “più grande di sé”, ma non esplicitamente radicata nella figliolanza divina, scivola inevitabilmente verso un universalismo umanitario che la tradizione cattolica ha sempre guardato con prudenza.
Il richiamo alla Nona di Beethoven è particolarmente significativo. L’“Inno alla Gioia” di Schiller è storicamente divenuto simbolo di un universalismo etico culturale che prescinde dalla Rivelazione cristiana e che propone una fraternità fondata sulla comune umanità illuminata dalla coscienza, non dalla grazia. Inserito in un contesto enciclico, tale richiamo assume un valore simbolico forte: quello di una fraternità universale “senza Padre”, cioè non esplicitamente cristologica.
L’enciclica critica implicitamente la Torre di Babele come tentativo di autoaffermazione dell’uomo, ma ne ripropone una forma trasfigurata ovvero un’unità globale costruita attraverso cultura, memoria storica, arte e sensibilità morale condivisa.

Il riferimento alla “scintilla” custodita dall’arte è ulteriormente problematico. Il linguaggio della scintilla interiore richiama infatti una visione antropologica di tipo immanentistico, vicina a certe derivazioni gnostiche, secondo cui nell’uomo esisterebbe una luce originaria da risvegliare attraverso cultura e esperienza estetica. Il cristianesimo, al contrario, afferma che la salvezza non consiste nello sviluppo di una scintilla interiore, ma nell’irruzione della grazia divina e nella redenzione operata da Cristo.

Perfino il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes 22 afferma: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.
Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l’immagine dell’invisibile Iddio» (Col1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con sé stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato sé stesso per me» (Gal2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato, nell’attesa della «redenzione del corpo» (Rm 8,23): «Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte, egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rm8,11).

Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza.

E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò, dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.

Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!”.

In sintesi, esso stesso ricorda che solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Non nella cultura, non nell’arte, non in un universalismo estetico morale, ma in Cristo.

Il rischio complessivo è quello di una spiritualità culturale post-cristiana.

Una religione implicita dell’umanità che sostituisce la redenzione con la memoria, la grazia con l’estetica, e la rivelazione con l’intuizione morale universale.

Considerazione conclusiva


L’impianto complessivo del testo richiama fortemente l’orizzonte teologico e pastorale del pontificato di antipapa Francesco con la sua centralità della sinodalità, enfasi sul dialogo e sul pluralismo, linguaggio della fragilità più che del peccato, accentuazione sociale e antropologica, e ora anche una marcata apertura a simboli culturali universali come fondamento di fraternità.
Il problema non è l’apertura culturale in sé, né l’attenzione al mondo contemporaneo. Il problema nasce quando tali elementi non sono più subordinati alla verità rivelata, ma tendono a sostituirla come principio ordinatore della fede.

Il rischio percepito è quello di una progressiva trasformazione del cattolicesimo da religione della salvezza soprannaturale a umanesimo etico globale, da annuncio della Verità in Cristo a costruzione simbolica di fraternità universale; da Chiesa sacramentale e missionaria a spazio di convergenza culturale e morale.

Ma la Tradizione cattolica dal magistero preconciliare fino a Papa Benedetto XVI ha sempre insegnato che la verità non nasce dall’intuizione umana, ma dalla Rivelazione; che la fraternità non nasce dalla coscienza universale, ma dalla figliolanza in Cristo; e che la pace non nasce dall’arte o dalla memoria storica, ma dalla Croce e dalla grazia.

Per questo molti fedeli leggono simili formulazioni non come semplice linguaggio pastorale, ma come uno spostamento progressivo dell’asse teologico dal cristocentrismo alla religione implicita dell’uomo.

Andrea Cionci e collaboratori